e poi, di tutto un po'
Già il titolo di questo viaggio, "3 Opel nel Sahara", ne rappresenta una delle peculiarità principali. Lo scopo è di attraversare il Sahara, da nord a sud, da Tunisi al Niger, per poi arrivare fino a Ouagadougou, nel Burkina Faso, utilizzando tre normalissime auto da turismo, che avevano già percorso nella loro vita un centinaio di migliaia di chilometri, e che un nostro amico, concessionario della Opel, ci avrebbe regalato. Sarebbero state revisionate e rimesse perfettamente in ordine dagli abilissimi meccanici, che con i loro preziosi consigli ci avrebbero aiutato non poco a superare i piccoli e grandi intoppi che si sarebbero presentati nel corso del viaggio.
Per stabilire l'itinerario ci siamo documentati sulla dettagliatissima, straordinaria guida "Sahara - guida al deserto", edizione italiana della "Guide du Sahara", Librairie Hachette.
Per l'equipaggiamento ci siamo affidati alle nostre precedenti esperienze nel deserto e alla nostra inventiva . Per dormire abbiamo fissato sul tetto delle auto, su quattro portasci, un asse dalle dimensioni sufficienti per fungere da letto a due piazze di notte, e da riparo contro il sole cocente durante la marcia. Abbiamo attrezzato le auto con attacchi vari, per fissare le gomme di ricambio, le taniche di benzina, di acqua, le riserve di cibo, le strisce di tartan che ci sarebbero servite per uscire dagli insabbiamenti e, preziosissime, le ghirbe da appendere all'esterno delle auto, in modo da avere sempre a disposizione acqua fresca.
Abbiamo persino modificato tre tendine, sostituendo il telo con una zanzariera, in modo da essere riparati dall'attacco dell'anofele, che dal Niger in poi è un flagello.
E poi ci siamo affidati al nostro desiderio di avventura e alla nostra buona stella: tre amici, Alfio, Bruno G. e Bruno M., con le compagne, Mara, Agnese e Renza, a formare un equipaggio affiatato e determinato a trovare, laggiù, cose difficili da descrivere ma che, tuttavia, abbiamo trovato.
Martedì, 15 luglio 1986
E' la nostra prima notte nel Sahara, anche se sono già trascorsi 6 giorni dalla nostra partenza a Genova.
Intorno, l'indefinibile brusio del deserto silenzioso. Dopo i 50° all'ombra del giorno, ai 30° di adesso quasi abbiamo freddo: abbiamo messo all'aria le taniche dell'acqua per averla fresca domani mattina, ci siamo arrampicati sui nostri letti, ma stentiamo a prendere sonno, perchè è domani che davvero comincia l'avventura.
Ripensiamo ai preparativi, alle serate trascorse a leggere carte, guide e manuali, a quando siamo andati a ritirare le auto da Ronfani, alle soluzioni trovate di concerto con i meccanici per le numerose difficoltà che abbiamo individuato in tempo......... ma chissà quante altre ci sorprenderanno lungo il percorso.
Sul traghetto non vedevamo l'ora di arrivare, ma già a Tunisi la nostra fretta è stata ridimensionata dai tempi lunghi dei controlli doganali: 5 ore di attesa! D'altronde ci siamo adeguati senza fatica a questi ritmi, abbiamo ammirato il paesaggio al campeggio di Tozeur, passato un pomeriggio intero nella piscina comunale di Nefta - è là, tra l'altro, che si è presentato il primo guasto meccanico -, impiegato quasi due giorni per le varie formalità di ingresso in Algeria, contrattato a lungo la libertà di un piccolo fennek prigioniero a El Oued e, rallentati anche da una tempesta di sabbia, siamo finalmente approdati ad In Amenas, dove ora ci troviamo in attesa di essere colti dal sonno.
Il cielo rosso, rischiarato dalle torciere dei pozzi petroliferi, questa mattina ci ha accompagnato per un bel tratto lungo la strada per In Amenas, fino a quando la luce del giorno non ha preso il sopravvento.
Una giornata praticamente senza storia, quella di oggi, se pensiamo che dalle 4 del mattino alle 5 del pomeriggio abbiamo percorso 780 Km., in un paesaggio quasi sempre uguale: però che fatica, che caldo, e che sete!
Ma è domani che davvero comincia il viaggio: qualcuno, squadrando le nostre auto, ci ha detto categoricamente che noi a Djanet non arriveremo mai, altro che attraversare il Sahara! Qualcun'altro però ci ha incoraggiati, dicendo che guidando con estrema cautela avremmo potuto farcela.
A noi piace sentire quello che la gente ci dice, alle volte anche prendendoci bonariamente in giro, o facendo battute spiritose. Da ricordare quella di un ragazzo che, dopo aver ascoltato i nostri programmi e le nostre intenzioni, ci ha detto: "Vous n'êtes pas des touristes, vous êtes des "tous risques"!" Ascoltiamo tutti, da chiunque può arrivare un consiglio utile, anche se in realtà raramente capita, perchè intuiamo che il loro raccontare ha un che di leggendario e fantastico. Ma su questa gente sentiamo di poter contare, sulla loro generosità, sulla loro disponibilità. Sappiamo che i nostri mezzi meccanici non sono i più indicati per le piste sahariane ed abbiamo già anche messo in conto di dover abbandonarne qualcuno: in questo caso l'equipaggio sfortunato chiederà un passaggio a qualche camion o a qualche auto. Insomma, sui locali e sui camion in transito noi contiamo molto, non abbiamo la certezza nè la presunzione di riuscire a fare tutto da soli. Ed è perciò che quando ne incontriamo uno - non capita spesso, però - ci sentiamo rincuorati: il camion è per noi sinonimo di sicurezza, ad esso si aggrapperanno le nostre speranze nei momenti più neri.

Già, ma può anche capitare il contrario: siamo stati noi infatti che abbiamo soccorso un mezzo di "soccorso", sprovvisto del necessario per rimettere in sesto un enorme camion in panne.
Il Sahara è il regno dell'imprevedibile.
Mercoledì, 16 luglio
Partenza per Illizi. Per ora, tutto bene, e siamo euforici. Verso mezzogiorno, oppressi dal caldo, siamo nei pressi di El Adeb Larache: dovrebbe esserci una sorgente termale, magari riusciamo a farci anche un bagno. No, la piscina non c'è più, ma, custodito dalla Sonatrac, c'è un pozzo: l'acqua è bollente, ma è acqua...... Per giunta quelli della Sonatrac ci offrono pacchetti di ghiaccio e acqua fresca.
E' grazie a loro che affrontiamo ritemprati le 2 ore che ci separano da Illizi, l'ex Forte Polignac.
Qui passiamo un intero pomeriggio per le formalità doganali, che ci sorprendono per la loro frequenza (è già la terza volta da quando siamo entrati in Algeria). E che paura, visto che avevamo imboscato dei soldi per cambiarli al nero ed avevamo le intercapedini delle auto zeppe di cartoni di vino, proibitissimo nei paesi islamici! Ma tutto finisce fortunatamente a tarallucci e.....the, visto che i doganieri sono in definitiva molto comprensivi, si accontentano di vederci ossequienti e rispettosi della loro autorità, e la loro gentilezza e ospitalità giunge sino al punto di offrirci la cena e di inviare un soldato con una jeep a riempire d'acqua potabile tutte le nostre taniche! Già sin d'ora siamo sorpresi dalla generosità disinteressata degli algerini. E' forse la vita dura del deserto che crea una solidarietà a tutta prova.
Dobbiamo attendere fino a mezzanotte perchè la pompa della benzina, al distributore, bloccata dal caldo del pomeriggio, entri in funzione. Riempiamo i serbatoi e tutte le "jerricanes" (come chiamano qui le taniche per la benzina) che abbiamo con noi, e ci concediamo quindi un sonno ristoratore, in previsione delle fatiche di domani.
............................. continua...........................
(le foto di "3 Opel nel Sahara" sono di Bruno Gentile, Bruno Medico e Alfio Cioffi)
Giovedì, 17 luglio
L'alba del giorno dopo ci sorprende pieni di sonno, ma bisogna partire presto, perchè ci aspettano 430 km. di pista terribile per arrivare a Djanet e anche perchè l'autorizzazione della gendarmeria a percorrerla scadrà tra due giorni, al termine dei quali, se non ci presenteremo alla polizia di Djanet, partiranno i fonogrammi per dare inizio alle ricerche. Ma a giudicare dalle fotografie dei dispersi, che ci fanno vedere esposte nelle gendarmerie, sembra con scarsi esiti!
Non incontriamo nessuno, tranne un camion in panne, abbandonato, su questa pista di montagna. Non ci sarà il pericolo di perderci, ma di perdere le auto - o qualche loro pezzo - sì, perchè questa pista, che affronta l'altopiano del Fadnoun, evitata accuratamente da tutti i camion che provengono da nord per la sua estrema difficoltà, è terribile, tutta buchi e rocce (la sabbia, nel Sahara, copre solo il 18% del territorio), con salite e discese vertiginose. Impiegheremo 13 ore per percorrere solo 175 km., alla straordinaria media di 13 km. all'ora!
Terminiamo la giornata con un insabbiamento al buio e poi, stanchi morti, ci cuociamo la solita minestrina liofilizzata. Ne mangeremmo a litri: abbiamo un enorme bisogno di liquidi, e tutti gli altri cibi che abbiamo in “dispensa” , tonno, sardine, carne in scatola, ecc...... ci fanno schifo. Anche la frutta è fondamentale: e quando ne troviamo, e se ne trova poca, è una festa. Ci vengono ancora i brividi al pensiero dei piccoli, succosi meloncini, divisi religiosamente in sei fette!
Con la luce dell'alba controlliamo i danni meccanici: le coppe dell'olio sono salve (sono il nostro incubo, prive come sono di protezioni), gli ammortizzatori sono così così, solo le marmitte sono state tartassate senza pietà!
...............................continua............................
Venerdì, 18 luglio
Già, le marmitte!
Una è irrimediabilmente perduta: lavoriamo due ore per toglierla del tutto, e caricarla sul tetto, in attesa di farla saldare da qualche meccanico in qualche oasi.
Intanto il caldo aumenta, e con il caldo la sabbia diventa sempre più morbida e cedevole. Riusciamo ad arrivare a mezzogiorno in un tratto insidioso, dove naturalmente ci insabbieremo e faticheremo non poco per tirarci fuori. Sarà una nostra specialità quella di trovarci insabbiati nelle ore più calde. E sarà soprattutto in quelle occasioni che apprezzeremo l'acqua incredibilmente fresca - anche se piena di sabbia - delle ghirbe appese fuori.
Superiamo abbastanza agevolmente il bellissimo passo di Tin Tardjeli, e davanti a noi si apre la vista grandiosa sull'erg d'Admer, all'orizzonte.
Un cartello ci dice ora che i 200 Km. di pista che abbiamo percorso sono "très dangereus". Ce n'eravamo accorti!
Ma ecco che verso l'una si profila confusamente ai nostri occhi qualcosa che sembra un centro abitato. Abbiamo raggiunto Fort Gardel. E l'acqua del pozzo, generosamente offertaci, i colori dei panni stesi ad asciugare, l'orticello di fortuna dei Tuareg ci ritemprano, ci ridanno l'entusiasmo. Djanet ora non ci sembra più irraggiungibile.
Ci arriveremo infatti verso sera, alla calda luce del primo tramonto, dopo aver lanciato le nostre auto a tutta velocità sulla "tôle ondulée", che caratterizzava gli ultimi 100 km di pista. Sapevamo che la "tôle ondulée" poteva essere affrontata in due modi: o a passo d'uomo, oppure alla massima velocità possibile, in modo da volare sulle creste per far sì che le vibrazioni non diventassero insostenibili, dai passeggeri e dalla macchina. Per quanto riguarda noi, abbiamo temuto fortemente per le capsule dei nostri denti, che ci pareva si dovessero staccare da un momento all'altro! Per le auto.... beh, ce ne saremmo accorti in seguito!
Entriamo nell'oasi in modo incredibilmente rumoroso: le marmitte (le due che ci sono ancora) sono gravemente compromesse. E' anche scoppiata una gomma, abbiamo rotto parecchie bottiglie di plastica piene di acqua, una tanica di benzina ha perso un poco del suo liquido prezioso, avvelenando parecchio cibo.
Ma siamo incredibilmente a Djanet, la perla del Tassili.
Ci rechiamo immediatamente alla gendarmeria, a comunicare il nostro arrivo, accolti dallo stupore dei poliziotti, che, informati sulle qualità delle nostre auto dai colleghi di Illizi, non pensavano che ce l'avremmo fatta entro i due giorni previsti.
L'oasi, grande e bella, è fornita di un campeggio e di un'officina.
Nel primo laveremo noi e i nostri panni, nella seconda rattopperemo le nostre auto.
In realtà, non si tratta solo di rattoppi: dall'aria preoccupata di Alfio si intuisce che qualcosa di grave è accaduto: è caduto il motore, per terra, lì, in officina. I supporti elastici originari forse non erano adatti ai 100 all'ora sulla "tôle ondulée". Ma lavorando tutto il giorno con una calma incrollabile, con mezzi di una primitività inconsueta, questi meccanici riusciranno a sistemare il tutto come prima, anzi, meglio di prima, visto che i supporti ora saranno quelli di una Land Rover.
................................ continua .............................
Lunedì, 21 luglio
Oggi, sul far del giorno, ci aspetta una gita a Jabbaren: 15 km. di penosa salita su una pietraia ci condurranno ad una pinacoteca straordinaria, dove gli antichissimi abitanti di questi luoghi, ora ostili all'insediamento umano, popolati solo da vipere e da scorpioni, hanno fermato sulla pietra la loro storia, con abilità di artisti.
E così buoi, gazzelle, giraffe, ippopotami, figure danzanti di impalpabile leggerezza ci raccontano ora dalle nude rocce, in una luce abbacinante, di un Sahara verde, ricco di acqua e vegetazione.
Torniamo a valle, ma non abbiamo tempo per ripensare alla poesia dei graffiti e delle pitture rupestri: abbiamo i piedi fracassati dalla pietraia, e scopriamo che il radiatore di un'auto perde vistosamente acqua e sempre nella stessa auto perde la pompa della benzina.
Nel campeggio manca anche l'acqua, perchè, ci dicono, manca la corrente a causa del caldo: la spiegazione è chiara. In compenso noi siamo al buio, senz'acqua, con gli scorpioni che passeggiano per il campeggio e un po' demoralizzati.
Ma poi durante la notte un vento, improvviso e fortissimo, preannunciato solo dallo stormire delle palme dell'oasi, porta con sé una pioggia inattesa e ristoratrice.
........................ continua ..............................
Martedì, 22 luglio
Il giorno dopo, in fila all'ombra di una palma, aspettiamo che le macchine siano tutte e definitivamente - si spera - riparate.

Useremo, per tappare le minuscole falle del radiatore, del piment, una sorta di spezia locale (peperoncino, in pratica), dai molteplici usi, oltre a quello alimentare. I locali ci dicono che ci sarà utile ed in effetti, aggiungendolo regolarmente all'acqua del radiatore per tutto il percorso, riusciremo a tamponare le falle. Chi di noi era ancora in vena di far battute, ha detto che tutto il male non vien per nuocere: avremmo potuto usare l’acqua bollente del radiatore per fare il risotto!
Partiamo da Djanet con un totale di 360 litri di carburante, circa 200 litri di acqua e l'autorizzazione a percorrere la pista in 4 giorni. E ripercorriamo la strada per Fort Gardel, rompiamo ancora una marmitta e ci accampiamo al tramonto in mezzo al deserto, in compagnia di migliaia di stelle.
Siamo molto eccitati, perchè comincia il percorso più insidioso, non solo perchè attraverseremo le grandi sabbie, ma perchè ci sarà effettivamente il pericolo di perderci.
Da Tamanrasset ci separano più di 500 km., senza pozzi di acqua potabile, senza centri abitati tranne l'unica oasi di Ideles fra 200 km., senza niente se non una segnaletica molto approssimativa costituita da mucchietti di pietre. Cominciamo a trovare in questa zona il temutissimo fech-fech, sabbia particolarmente soffice, impalpabile e polverosa, in cui si affonda inesorabilmente e dalla cui morsa è estremamente difficile uscire. Deve essere individuata, dal suo colore più chiaro, con sufficiente anticipo, nella pia speranza di riuscire ad evitarla.
La pista è larghissima, a volte anche più di 2 o 3 km., è quindi facilissimo deviare senza rendersene conto e seguire le tracce dei camion che vanno a fare le rilevazioni petrolifere, e che conducono al nulla. In queste condizioni è essenziale la bussola.
Guai, ad esempio, se dopo 92 km. non troveremo un famoso cippo con la freccia per Tam: ci perderemmo di certo.
Il cippo lo troviamo, stiamo seguendo una rotta perfetta. Ci dice: Tam 450 km. a sinistra.
Ma il tempo passa, ed è quasi l'una: insabbiamenti in agguato. Il primo è per l'una esatta; il secondo, mezz'ora più tardi, blocca due auto su una altura insabbiata. Trainandoci a vicenda, rompendo un cavo di traino, spingendoci, scavando la sabbia da sotto le ruote, spostando le strisce di tartan, alla fine, stravolti dal caldo e dalla fatica, ci liberiamo da questa morsa di sabbia che assiste impassibile alle nostre traversie.
E riprendiamo il cammino, sotto il sole implacabile, verso Serenout: lì sappiamo che non c'è altro che un forte abbandonato della legione straniera e un pozzo; l'acqua, ricca di natron, non è potabile, ma c'è un secchio legato con una corda e ci prendiamo a secchiate per due ore d'orologio.

Ancora una volta capiamo davvero che cosa sia l'acqua, che cosa significhi un pozzo, e perchè essi siano quasi sacri per la gente del deserto. E lo capiamo senza parole, senza ragionamenti: sulla nostra pelle, nel nostro corpo disidratato che ritrova la sua acqua e le sue forze.
Ed un'altra notte in mezzo al deserto conclude la giornata. Ci fermiamo ai piedi di una "garà", nera altura di origine vulcanica a forma di cono.
Siamo nel letto disseccato di uno di quei torrenti che quando piove forte e a lungo - capiterà qualche volta, d'inverno - si gonfiano di acque limacciose e turbinose. Ma qui da qualche anno questo letto disseccato, questo oued, non deve aver visto grandi piogge: è tutto un rigoglio di tamerici impolverate dalla sabbia che il vento sbatte loro contro incessantemente. Cominciamo anche la terapia contro la malaria, che potrebbe assalirci dal Niger in poi, ingoiando la prima pastiglia di Metakelfin.
La notte, stranamente, qualcuno di noi non dorme, come se sentisse dei passi, delle voci, come se ci fosse qualcuno a spiarci: è il vento fra le foglie, sono le tamerici che implorano una tregua, o è il Metakelfin che produce strani effetti?
Sapremo in seguito che i Tuareg, questo popolo così ricco di fantasia, così amante dell'invenzione poetica in ogni sua forma, ritiene quel posto abitato da spiriti dispettosi: nessuno di loro vi trascorrerebbe mai la notte. Accettiamo senz'altro questa versione per la nostra strana insonnia: tra tutte quelle possibili è certo la più bella.
.......................... continua .........................
Giovedì, 24 luglio
Il giorno seguente ci vede ancora lottare con gli insabbiamenti e le gomme che si bucano: la pista però è balisée, segnalata, cioè, da putrelle metalliche alte due metri, piantate verticalmente nel terreno, a intervalli di circa 10 km., e il paesaggio assume aspetti molto diversi, ora sabbioso, di una sabbia quasi nera, ora decisamente pietroso, di pietre sempre nere, stranamente arrotondate, quasi sferiche.
Dopo qualche problema di orientamento raggiungiamo Ideles, dove comunichiamo il nostro passaggio alla Gendarmérie e proseguiamo. Tanta gente, vediamo, in quest'oasi, e tanta frutta negli orti: ci pare un miracolo di sopravvivenza in mezzo a tanta inospitale aridità.
La prossima tappa sarà il colle dell'Assekrem, alla quota di 2700 metri, nel massiccio dell'Hoggar, dove visiteremo l'eremo di Père Foucauld, prima ricco gaudente e poi religioso e studioso, che dedicò la sua vita, fino all'estremo sacrificio, ai Tuareg.
Ma per questa sera non ci arriviamo ancora. Dopo un'altra foratura ci accampiamo lungo la pista di montagna, in parte rifatta e quindi abbastanza scorrevole.
La serata è splendida, l'aria limpida e tersa. Il mattino seguente sentiremo anche freddo: ci sono solo 19° e non siamo più abituati a queste basse temperature.
............................... continua ........................
Venerdì, 25 luglio
Si riparte: è solo ora che comincia la vera salita per l'Assekrem. Il paesaggio dell’Hoggar che ci circonda è arido, pietre e rocce dovunque, ma ogni tanto si trovano delle guelte, pozze d’acqua contornate da una vegetazione rigogliosa e frequentate dai dromedari che pascolano (si fa per dire) tra quelle montagne. Il colore delle rocce è caldo, l’ocra domina, ma alle volte emergono tratti di basalto nero, tracce di antiche colate laviche.
Dicevamo che inizia la salita. E che salita! Le macchine non vanno su, i motori si surriscaldano: scendiamo, ci spingiamo a vicenda, chi guida sale a zig zag sfruttando tutta la larghezza della pista per diminuire la pendenza effettiva, gli altri arrancano a piedi.
Avevamo documentato questo viaggio, oltre che con le fotografie, anche con alcuni filmati girati con una cinepresa super otto (allora le camere digitali forse non esistevano ancora). I film ottenuti, di scarsissima qualità, sono comunque dei documenti che abbiamo voluto trasferire in digitale e che vi proponiamo come “film d’epoca”.
Nonostante le difficoltà, arriviamo abbastanza presto al colle, in tempo per rilassarci nel rifugio, sdraiati sui materassini e sui tappeti, stesi sul pavimento secondo l’usanza araba, in attesa del pranzo. Ci verrà servito prima il tè, ottimo come sempre da queste parti, e quindi il pranzo, insalata mista e omelette di patate fritte. Buonissima.
Poi, un sonnellino ristoratore che ci lascia euforici al risveglio, ottimisti su quanto ci aspetta nella prosecuzione del viaggio. E, così, in amabile conversare, trascorriamo il pomeriggio.
Saliamo all’eremo, per il tramonto: che quiete fra quei libri, una pace profonda, un silenzio che ricrea, voglia di immergersi nella lettura di Père Foucauld!
“Je faisais le mal, mais ne l’approvais ni ne l’amais. Vous me faisez sentir, mon Dieu, un vide douloureux, une tristesse que je n’ai éprouvée qu’alors; ce besoin de solitude, de receuillement, ce trouble de l’âme, cette angoisse, cette recherche de la verité, cette prière: mon Dieu, si vous existé, faites-le moi connaitre. ........”
E’ quasi buio, ormai, ci ritroviamo alla spicciolata al rifugio, ognuno ha preferito appartarsi .....
Pessima cena, conclusa però con la torta con la candelina per il compleanno di Bruno G., con un gruppo di orripilanti turisti, imbarazzati, quasi osceni nella loro bionda e rosea grassezza, tra questi tuareg eleganti nelle loro morbide movenze di velluto di esseri magri e scuri.
Poi, triplice tè, l’ultimo squisito, alla menta, col guardiano del rifugio, e notte sul tetto dell’auto sotto un vento polare: impossibile scaldarsi.
Sveglia (per modo di dire: chi ha dormito?) per il rito dell’alba sull’Assekrem. Ascesa col sacco a pelo sulle spalle, si gela sul ripido sentiero.
Poi, colazione fra gli asinelli ostinati, che mangiano proprio di tutto!
Saluti ai tuareg, e partenza per Tam.
....................... continua .......................
Sabato, 26 luglio
La pista per Tam promette male: non ci sono le salite di ieri, ma che fondo!

All’altezza della caserma (a 20 km. dal colle) l’auto di Bruno G. crolla! Perde la ruota anteriore sinistra: si è rotto lo snodo sferico.
Arriva un camion con i soldati, uno di loro si da molto da fare e pare tutto risolto. Partenza, o meglio, tentativo di partenza: alla chiusura della portiera la ruota ricrolla a terra. Desolazione.
Ritornano i soldati: il poverino lavora di nuovo come un matto, lega il tutto con una corda (!!).
Come facilmente prevedibile la macchina riesce a fare due metri e la ruota se ne va di nuovo. Bisogna anche inseguirla perché pare voglia abbandonarci: se ne va lungo la discesa, ma per fortuna dopo pochi metri i sassi, che non mancano lungo la pista, provvedono a fermarla. Tornano i soldati (che forse oggi si divertono un po’). Drastica soluzione. Smontare tutta la sospensione anteriore, staccare lo snodo e portarlo a saldare a Tam.
Nell’atmosfera concitata, e anche un po’ demoralizzata, si parte. I due dell’equipaggio della macchina sinistrata restano lì, in mezzo alla pietraia sterminata, che non offre neanche un rifugio adeguato per andare al gabinetto.
“Ci facciamo questi 66 km. e mandiamo su il pezzo saldato. In un battibaleno. Troveremo qualcuno che sale al colle, e sappiamo di poterci fidare.” Pensiamo. Illusi! Con nostro raccapriccio, la pista si fa terribile, tutta tôle e buchi e pietre. Impieghiamo tre ore per arrivare a Tam. Quel Djebel El Roumie sembra di raggiungerlo da un momento all’altro e non arriva mai!
Finalmente, a Tam. Il meccanico salderà il pezzo per le 5 del pomeriggio, noi nel frattempo andiamo a comunicare il nostro arrivo alla Dairà.
Tutto ok, anche per i due assenti. Andiamo a prenotare una camera al Tahat, albergo che conosciamo bene, dal nostro precedente viaggio nell’Hoggar. Solite stanze senza acqua fino alle 7 di sera!
Alle 5, andando dal meccanico, le cose si mettono male. Buchiamo una gomma in piena città! Che sfiga! Poi, dal meccanico, altra grana. Non vuole prestarci il crik a pantografo, indispensabile per rimontare la sospensione della macchina disastrata. Alla fine accetta una cauzione di 600 D., purchè lo portiamo su noi personalmente e sia di ritorno domani sera. Sfuma così la speranza di mandare su il pezzo senza rifarsi tutta quella pista schifosa. E sfuma pure l’idea di partire la sera stessa: è ormai tardi, e col buio non si potrebbe lavorare.
Ci faremo invece una bella doccia e una dormita al Tahat. Non tutto il male viene per nuocere!
Domenica, 27 luglio
Alle 6,30 sveglia, i due uomini partono. Le donne rimangono a Tam a fare shopping, a spedire i telegrammi e a rilassarsi un po’.

Fino a sera, alle cinque, quando, sedute nella hall del Tahat, vedono i due eroi di ritorno, stravolti ma con buone notizie. Tutto a posto.
I soldati, che praticamente avevano adottato i due derelitti, naufraghi del deserto, fornendo loro il cibo, una fotoelettrica per illuminarli e il sostegno morale, in 5-6 ore di lavoro, con la supervisione dei nostri, hanno risistemato il mollone, il pezzo e tutto. Anche la ruota!!
E poco dopo arrivano gli altri due, per i quali avevamo tanto penato!
Cena al Tahat, poi lungo sonno ristoratore.
Siamo tutti contenti.
Lunedì, 28 luglio
E’ il giorno della partenza per la frontiera del Niger. Ancora una volta, affannosi preparativi mattutini: dobbiamo fare scorta d’acqua (sozza e gialla) prima che se ne vada, far fuori gli ultimi dinari, presentarci prima di mezzodì alla dogana che poi chiude. Vai e vieni, sali e scendi, fai il pieno di benzina, vai dal gommista a ritirare le gomme, cerca (invano) il mercato di ieri per comprare l’uva, torna dal gommista che non aveva ancora finito il lavoro, compra le Marlboro, alle 11,30 siamo pronti, ma incontriamo Najib, vecchio amico, e così il programa si modifica: andiamo a pranzo con lui, poi a casa sua a bere il caffè.
Oltre al caffè ci dobbiamo sorbire centinaia di fotografie. Ma finalmente, carichi come asini di acqua e benzina, con le auto tutte tacunà (rattoppate), baldanzosamente lasciamo Tam verso le 16.
Un segnale ci ricorda: Ain Guezzam km. 400.
I primi 65 km. sono asfaltati, poi comincia la tôle ondulée. Ci fermiamo per la notte al km. 270 sotto una grande acacia. Altra nostra foratura, da fermi. Le spine delle acacie sono tremende.
Dormito poco: sulla pista vicina passano molti fari, nella notte.
....................... continua ...........................
Martedì 29 luglio
Sveglia di buon ora (5,30) e partenza alle 6,30 in una uggiosa giornata piena di foschia: ricordi di Val Padana.
Subito ricomincia quella tôle maledetta. Senza ammortizzatori, come ormai siamo, è tremenda! Preoccupazione di scassare tutto nei salti. Poco dopo, accendendo i fari, scoperta di un nuovo guaio: l’alternatore non ricarica più. Breve e mirato l’intervento di Alfio, promosso sul campo al rango di meccanico della compagnia. In pochi minuti risolve il problema.
Si riparte, c’è molta sabbia, per fortuna umida e quindi pesante e andiamo piuttosto allegramente.
Vediamo ancora la balise 245, poi comincia un’ampia pista, quella seguita dai camionisti. La prendiamo, convinti di seguire quella principale, balisée, ma vai e vai, di balises non ce ne sono più. La preoccupazione per gli ammortizzatori è ormai dimenticata, è insorta quella di esserci persi. Controllando la mappa, pare che si possa andare avanti. Ma ad un certo punto ecco una balise, in lontananza. Evviva! Tutte le auto hanno un braccio fuori, ad indicarla, e ci dirigiamo verso là. Orrore!! La balise subisce una metamorfosi, prima acquista due basi, poi si muove, poi compaiono due braccia, noo!! E’ un uomo! E’ una allucinazione, è il caldo che ci sta facendo andare fuori di testa, o che? Che ci fa un uomo da solo, a piedi nel deserto?!? E’ un ragazzino, nero come la pece, messo lì a far da palo (e come ci è riuscito bene!) ad un camion in panne più in là, dietro una duna.
Avanti, allora, ‘sta dannata balise la troveremo, prima o poi! Essendo quasi l’una, cominciano gli insabbiamenti: 1-2-3 per noi, e innumerevoli tra tutti. Sfacchinate pazzesche. Non ne possiamo più! Ad un certo punto buchiamo anche, ed è la 4^ volta. Si approfitta della sosta per un pik-nik a base di due meloni (uno piccolo e acerbo, ma va bene anche così).
Si riparte. Verso le 4 e passa le tracce si perdono sempre più, e poi spariscono del tutto. Paura!
Ci consultiamo. Tutti facciamo i coraggiosi, a parole, ma gli sguardi tradiscono l’ansia. Decidiamo di tornare sui nostri passi, sperando di ritrovare una balise. Ognuno tra sé prega che non si alzi il vento. Cancellerebbe le tracce. Siamo quasi sicuri di aver la pista a destra, ma non la vediamo, e tagliare è impensabile.
Altri insabbiamenti. Sempre più demoralizzati, all’idea di tanta strada fatta per niente (120 km. orribili) e soprattutto preoccupati al pensiero di non ritrovare la pista. Però ad un certo punto riconosciamo le buche scavate per disinsabbiarci, e ritroviamo addirittura le bucce dei meloni. Le tracce ormai sono sempre più evidenti, le seguiamo, ed ecco in lontananza una balise.
E’ la 160, plurifotografata. Ma Bruno M. chiude la giornata in bellezza, puntando direttamente su una duna, in preda certo a qualche allucinazione: chissà cosa aveva visto sulla cima!. Noi accorriamo costernati: è quasi buio, come fare per toglierla di lì? Ma ormai conosciamo tutti i trucchi, e al secondo tentativo riusciamo a disincagliare l’auto.
Agnese intanto, rimasta vicino alla balise, ha preparato la “soupe” di aragoste (wow!) per tutti. Che fame! Che sonno! Che stanchezza! Alle 9 siamo tutti super addormentati.
Dormito davvero bene.
........................... continua ...........................
Mercoledì 30 luglio
Sveglia sempre alle 5,30. Oggi dobbiamo affrontare le famose Dune di Laouni. Non si sa perché abbiano questo nome, visto che di dune vere e proprie non ne vedremo. Piuttosto tanta, tantissima sabbia e altrettanto fech fech. E capiremo la triste fama che ha questo luogo vedendo le innumerevoli carcasse di auto abbandonate lungo il percorso, spogliate di tutto, scheletri inquietanti, ingoiati dalla sabbia che inesorabile ricopre tutto, anche forse il ricordo delle tragedie che qui si sono consumate. Riusciremo a passare indenni, a non insabbiarci irreparabilmente alle Dune di Laouni?
Cominciamo bene! Il primo insabbiamento è di Bruno G., in partenza dopo una lunga ricognizione a piedi: fantozziano! Ma poi fortunatamente va tutto bene, più o meno.
Ritrovati i torinesi in Land Rover, che stanno partecipando alla Torino-Gaborone. Ci hanno sentiti e presi per equipaggi in gara: andiamo come folli per non insabbiarci. Ci fermiamo, fa piacere incontrare compagni di avventura. Ci si accoglie a pacche sulle spalle, si ride ai racconti, ci si scambiano consigli. E poi noi, inutile negarlo, siamo inorgogliti dal fatto che con i nostri miseri mezzi, siamo riusciti a mantenere il ritmo di equipaggi super attrezzati impegnati in gara!
Si continua. La pista non è male, c’è sabbia, ma si supera bene. Poi, però, un guaio. A Bruno M. si guasta il motorino d’avviamento: parte solo a spinta. Ancora una volta Alfio fa la diagnosi giusta, e qualcosa provvisoriamente si ripara.. Poi sempre sabbia, ma alle Dune non ci insabbiamo.
Bel paesaggio, tipo Tin Akachaker: rocce e sabbia. Foto ai succhi Zuegg.
Ain Guezzam sembra a un tiro di schioppo, pista fattibile, ma a 15 km. buchiamo (è la 5^ volta). Terribile cambiare la gomma a 45° all’ombra sotto al sole, in una bella giornata.
Arriviamo a Ain Guezzam, dove c’è un bar. Beviamo limonate, succo di pompelmo, mangiamo del riso, beviamo a più non posso, ma non abbiamo dinari e ci fanno pagare in F.F. cambiando 1 a 1. Ma abbiamo una tale sete che accetteremo anche di peggio.
Usiamo l’acqua del pozzo (gialla!) per bagnarci, e Alfio si fa anche una doccia “a gratis” (costerebbe 5 dinari). Abbiamo già strapagato le bevande, quindi non rubiamo niente!
Fuori, andando a prendere le taniche da riempire, troviamo un’atmosfera irreale: tra la sabbia sospesa nell’aria a velare il sole, vagano figure di donne in nero; il vento le accompagna e agita i loro abiti. Più in là, corvacci neri posano a terra le loro grandi ali, capre belano da lontano (o da vicino?). Quanto è lontano il mondo di qua? 3000 km.? 3 settimane? o un infinito spazio, un infinito tempo?
In questa specie di paese (con intorno, tutte le tende chiare dei profughi) cerchiamo qualcuno per riparare le gomme e il motorino d’avviamento di Bruno M.. Troviamo una specie di meccanico, dove un ragazzino di sì e no 10 anni si butta sotto la marmitta ma non combina granchè. Deve arrivare lo chef.
Folla incredibile di bambini che chiedono, e noi, memori dei giusti rimproveri degli adulti, non diamo né soldi né bonbon né kalam (biro), per non abituarli all’elemosina. Ma i medicinali non si possono rifiutare, e così medichiamo le ferite di alcuni piccoli e disinfettiamo i loro occhi, infestati dalle mosche. Poveri bambini!! Stringe il cuore vederli affidarsi alle nostre cure.
Ci si sente colpevoli di non si sa che cosa, o di troppe cose, di fronte allo sguardo di questi bambini! Colpevoli di essere nati dove siamo nati, di non fare nulla o troppo poco per loro, di..... di.... di.......
E ti prende la tristezza di vivere in un mondo fatto così.
Ma si continua. Le gomme non riescono nemmeno a toglierle dal cerchione. Ce ne andiamo, e paghiamo con due chiavi inglesi (ufficialmente...) il lavoro fatto alla marmitta.
Passiamo dogana e police: dicono di fermarci qui per la notte, nello spiazzo. Poi arrivano delle Renault 4 di ragazzi francesi, cooperanti in Costa d’Avorio: tornano a casa dopo 2 anni. Offriamo il caffè a tutta la comitiva.
Nella notte si scatena la cagnara di un sacco di bellissimi cani, tinta miele, che han voglia di giocare.
Dormito quasi niente.
.............................. continua ................................
Giovedì, 31 luglio
All’alba i locali vengono a cagare e pisciare tutti nello spiazzo vicino a noi. Romantico risveglio!
Partenza alle 7 per Assamaka: 30 km. di sabbia. Ci mettiamo 20 minuti e va tutto benissimo.
Ad Assamaka dogana e police nigerine: ci fanno scaricare tutto per controllare. Dobbiamo fare un “carnet de passage” per le auto (con un noioso che vuol fare l’interprete e non capisce niente), e dopo ci laviamo al tubo d’acqua solforosa che c’è lì vicino. Ci stiamo 2 ore e mezza e fa sempre più caldo. In lontananza l’orizzonte appare tremolante di miraggi.
Bevuta di bibite fresche alla buvette: caro, paghiamo in franchi f.
Poi, partenza per Arlit: tutta pista ben balisée ( 1 balise al km.), ma poi perdiamo 5 balises (deve essere una nuova deviazione).
Bruno M. si infogna in un mare di sabbia quasi all’inizio, noi crolliamo dalle carreggiate in tempo utile per non smentirci: all’una e mezzo disinsabbiamento sotto il sole. Da morire! Quanto ci avremo lavorato! Non si sa. Gli ultimi 20 km. sono così piatti da essere angoscianti. Non c’è niente di niente. Attraversiamo con le nostre auto laghi inesistenti.
Poi, miracolosamente, un albero.
Intanto noi, con gli ammortizzatori completamente scarichi, prendiamo testate e la tole ondulée di sbieco (dove si riesce). Terribile, si deve andare a 15 km. all’ora.
Poi gli alberi aumentano un po’, ma all’orizzonte si profila minacciosa, insieme alle tetre miniere di uranio, una tempesta di sabbia. E’ tutto nero.
Di corsa, di corsa, ci aspetta il goudron. Ma ecco che dopo le miniere si scatenano vento, pioggia, acqua rossa come la terra: non si vede più niente, solo rosso. La strada, in città, è un pantano rosso, misere costruzioni ai lati, rosse anche loro, con gente fuori che vende qualcosa: sigarette, biscotti, brochettes, carne arrostita.
Andiamo all’Hotel, dove beviamo coca cola a volontà e mangiamo brochettes. Una allucinante musica da discoteca ammorba l’aria. E così dal mondo del silenzio di In Guezzam siamo nel fracasso di Arlit, dal mondo del vento asciutto a quello della pioggia, dal giallo della sabbia al rosso della terra, dalle donne avvolte nel nero a quelle multicolori: è un’aggressione continua, acustica e visiva.
E intanto piove, e tira vento. Spuntano i keyway, che solo poche ore prima sembravano un’assurdità.
Alla police ci prendono i passaporti, alla dogana ci chiedono se abbiamo fatto le formalità ad Assamaka, poi, la solita bagarre: corri di qua, corri di là, a fare l’assicurazione per l’auto (ma ce la daranno domani perché mancano 10 minuti all’ora di chiusura: 18,30), a cambiare alla banca (ma non abbiamo i passaporti), cerca il gommista (quello ci serve sempre), cerca il mécanicien (specialità di Bruno M.), sempre sotto la pioggia e con un nugolo di ragazzi che vendono croci, bracciali, anelli, spade e ti tolgono il fiato. Concludiamo parecchi baratti con loro, sono belli questi prodotti dell’artigianato locale, e loro sono attirati dagli oggetti che abbiamo, borracce, ventilatorini a pile, taniche di plastica, ecc.. Vorrebbero persino le tavole di truciolare che abbiamo sulle macchine (i nostri letti), ma quelle ci servono ancora. Facciamo persino involontariamente un bidone ad un poveretto che, in cambio di uno pneumatico, ci dà una bellissima lancia tuareg. Il giorno dopo, al mattino presto, ce lo ritroviamo davanti all’albergo, seduto sulla gomma, che ci aspetta: non c’eravamo accorti che la gomma aveva le tele interne distrutte, e quindi era inutilizzabile. Rimediamo con “un petit peu d’argent”, con qualche altra baracca, e con le nostre scuse.
L’albergo è bruttino, ma caro, scarafaggioso e tetro. Andiamo in cerca di un ristorante, ne troviamo poi uno, dove ci fanno aspettare due ore (sono andati a comprare le cose da cucinare) e, seppure forse in buona fede, ci turlupinano coi piselli a 500 franchi c.f.a.
Poi finalmente ce ne andiamo a letto (dopo una doccia fatta nell’unica agibile), dopo aver tentato di parcheggiare le auto davanti alla police per sottrarci all’avidità del custode che chiede 12.000 lire per guardarle (dobbiamo risparmiare, i soldi se ne vanno come niente). Ma la police non ci sta e le rimettiamo sotto all’hotel.
......................... continua ..........................